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D come Denaro

Rubrica L’alfabeto del Cambiamento

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D come Denaro

 

Quando si parla di denaro, ci si riferisce in genere a uno strumento economico, a un mezzo di scambio, a una riserva di valore. Il denaro ha aumentato il suo “dinamismo” con la globalizzazione, con il trasferimento elettronico, con le continue fluttuazioni nei mercati valutari, che a volte diventano con allarmante progressione dei veri e propri tsunami finanziari.

Il denaro è nient’altro che uno strumento. Esiste per facilitare confronti, per mediare gli scambi che ne risultano ed è l’unico bene che può essere scambiato con qualsiasi altro bene. Ha sostituito la funzione che, prima dell’invenzione della moneta, svolgeva il baratto.

Ma esiste denaro a sufficienza per mandare avanti il nostro sistema sociale?  A sentire dietro le quinte il parere degli esperti, pare proprio di sì. Anzi, chi vive immerso nella finanza afferma che esiste una montagna di denaro pronta ad essere intercettata, gestita, valorizzata, aumentata.

Contemporaneamente, esistono crescenti sacche di povertà che hanno depauperato la classe media, messo a rischio le prospettive di guadagno della gente comune e la possibilità di sopravvivenza delle fasce più deboli.

E’ sempre più evidente che esiste una manipolazione economica planetaria a danno del ceto medio e basso a tutto vantaggio dei grandi ricchi della terra. Accade così che negli scenari che sentiamo formulare, fatti ad esempio di “fine del petrolio”, se non di “fine del lavoro”, si formulano varie ipotesi, compresa quella del ritorno al baratto…

E’ praticamente impossibile per la gente comune pensare a questo tema percepito come “più grande di noi” senza avere un senso di smarrimento e di impossibilità a fare qualcosa. Ma non è tutto qui.

 

Oltre alla dimensione politico-economica del denaro, esiste quella sociale e ancor più individuale, che parte da come ciascuno si sente “in grado”, “all’altezza”, “sicuro” di attrarre e produrre ricchezza.

Esistono molti tabù sul denaro, che emergono anche dalle frasi ricorrenti, fatte di autosvalutazione o di denigrazione, di autolimitazione, ecc. E poi c’è il condizionamento dell’invidia sociale, o il mal comune mezzo gaudio.

C’è chi è impostato sullo sperpero, chi su uno stile minimalista, chi sull’accumulo di denaro, chi è avaro senza ammettere di esserlo, ecc.   Cosa c’è dietro a questi “atteggiamenti finanziari”?

Il rapporto che ogni individuo ha con il denaro e la sua dimensione “dare-avere-produrre” derivano in realtà da una serie di fattori. La storia della sua famiglia, l’educazione dei genitori e il modello finanziario familiare, la vita affettiva, le amicizie; il rapporto con la società: scuola, territorio, ambiente sociale e professionale….

Esiste l’influenza di alcuni aspetti della religione, la santificazione della povertà, l’informazione pilotata e manipolata da certi media e da certa politica, il serpeggiare della paura indotta da certi poteri…

Esiste l’immaginario collettivo, il peso della storia, la depressione da “crisi strutturale” e da vittimismo, l’accumulo di eventi che si sedimentano nella coscienza collettiva e che contribuiscono a una serie di affermazioni ricorrenti del tipo: “non gira una lira”, non c’è lavoro”, “i giovani debbono andare all’estero”, “dove andremo a finire”, e molto altro…

Sarà pure un’analisi di realtà, ma certamente così non ci aiutiamo, anzi, ci autoboicottiamo. Così aumenta la nostra responsabilità nei confronti dei giovani, che ci ascoltano e per trarre energia e stimoli utili a intraprendere, spesso non sanno dove guardarsi intorno.

Il nostro è un paese che nasce titano e si ritrova oggi ad avere una grande resistenza al cambiamento, che altro non è che paura. Si ingranano le marce ma contemporaneamente si tiene il freno a mano tirato. Ci si arrocca sulla difensiva, sulla tutela delle rendite di posizione, sulla tutela del posto di lavoro, su come migliorare il welfare e l’assistenzialismo, … La visuale si accorcia e si restringe, l’ottica diventa sempre più miope, si frena, ci si impantana. Praticamente un loop.

La questione della salvaguardia è legittima e importante, ma il fatto è che intanto il futuro va avanti a passi da gigante e in pochi lo cavalcano veramente, tanto da anticiparlo e da osare, intraprendere, innovare veramente. Al futuro chi ci pensa? Chi pensa a produrre ricchezza? La spinta all’innovazione e all’imprenditorialità trova terreno molto più fertile nei paesi dalla storia giovane o in quelli che hanno saputo cambiare pelle.

In verità, questo nostro Paese ha potenzialità, molte aziende hanno potenzialità, i giovani hanno per loro natura grandi potenzialità, nella maggior parte dei casi non esplorate, coltivate, fatte emergere, sfruttate. L’individuò ha potenzialità.

 

C’è intelligenza, desiderio di progettualità e talento diffusi tali da poter far fronte a molte necessità, intercettare opportunità ed essere orgogliosi di ciò che si fa.

Ma poiché il nostro sistema sociale è fortemente in crisi, l’opportunità è quella di partire dall’individuo, dalla sua capacità di autodeterminarsi e di fare un vero e proprio giro di boa nella sua vita, sapendo uscire dai condizionamenti di sempre, dal solco del “pensiero comune” e cercando i propri spazi di libertà. L’individuo ha oggi più opportunità per la propria crescita rispetto al passato.

E’ un cambiamento che si è già innescato. Proprio in virtù della crisi, che ha sempre il doppio risvolto dell’opportunità, molte persone hanno intrapreso un percorso personale che punta alla propria autorealizzazione, a intercettare ciò che amano veramente, a trovare dentro di sé nuove e più genuine risposte.

Per di più, si sta assistendo a fenomeni del tipo: “cambio lavoro, guadagno di meno ma faccio una cosa che mi rende felice”, e così accade. E’ una tendenza in aumento.  Probabilmente, se c’è dietro una giusta progettualità sorretta da una visione, un salto di questo tipo potrebbe comportare nel tempo un aumento dei ricavi, perché la persona fa ciò che le piace, non ciò che “deve”, magari lamentandosi – a volte anche ammalandosi - per ciò che fa.

Tanti individui realizzati e capaci di progettualità che si confrontano fra loro fanno sistema e creano comunità portatrici di valore autentico, in grado di generare delle buone idee e di intraprendere. Le reti di qualità fatte da professionisti, quelle di aziende illuminate, le community social orientate all’innovazione e alla collaborazione ne sono la dimostrazione. Cambiare le percezioni e i paradigmi individuali sul denaro e sul futuro crea le basi per gruppi e comunità orientate al business e al cambiamento.

 

Dobbiamo parlare di più dei casi di successo, delle eccellenze, delle persone, delle associazioni, delle imprese italiane che sono un vanto nel mondo e che ci aiutano a pensare che “si può fare”.  E’ il caso di andare oltre all’idea che “non è facile”, perché questo lo sappiamo.

Dobbiamo andare oltre la lamentazione, la denigrazione, la denuncia, il pessimismo a oltranza: sono sport nazionali che producono solo scoraggiamento.  Non dobbiamo neanche drammatizzare e prendere le cose troppo sul serio, perché in questo modo si possono fare le cose con maggiore equilibrio.

Dobbiamo tornare a entusiasmarci e a osare, facendo riferimento alle esperienze migliori, alla competenza, ai benchmark di cui non si parla a sufficienza, dare risalto e sostenere i progetti nuovi e audaci, uscire dai confini nazionali e ascoltare i paesi che stanno avanti a noi.  Dobbiamo celebrare di più i successi, trarre energie dai giovani, e le generazioni anziane debbono ricambiarli cedendo loro il testimone, mettendoli in prima linea e svolgendo una funzione di mentorship.

Perché ai convegni non cominciamo a far parlare anche i giovani di valore e che hanno molto da dire? Nei rari casi in cui questo è successo, si è assistito a interventi molto interessanti, sembrava di respirare un’aria nuova. E’ l’aria di cui abbiamo un grande bisogno. E’ anche questo il terreno fertile per produrre ricchezza.